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Ufficiali della 1° guerra mondiale vs Manager?

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Nel 1915, uno dei problemi dell’esercito italiano ha toccato gli ufficiali. Esprimevano una cultura militare obsoleta che si traduceva in rigido formalismo, estrazione aristocratica, guerra di invasione. La prima guerra mondiale mise in luce:

  1. la mancanza di conoscenza operativa in un nuovo contesto di guerra totalmente fuori dagli schemi fin’ora conosciuti
  2. una certa propensione al sadismo tramite punizioni sproporzionate verso i soldati.

Infatti, gli ufficiali concepivano una cultura della guerra e delle sue ritualità inadeguate al nuovo scenario operativo così, come leggiamo su Un anno sull’altipiano di E. Lussu, il generale sale al di sopra della la trincea per osservare il “nemico”, atteggiamento (spericolato nel nuovo contesto) ereditato dall’educazione militare ottocentesca:

Tratto da Un anno sull'altipiano

Ricontestualizzato e riadattato sull’oggi, nei tranquilli e soffici open space  aziendali, credo che quei fattori problematici siano tutt’ora attuali in due macro scenari: nelle relazioni verso l’esterno e in quelle verso l’interno.

Relazioni verso l’esterno

Parlando del punto 1: ovvero la mancanza di conoscenza operativa da parte dei manager dell’azienda, si possono sviluppare, nella molteplicità, almeno due scenari:

  1. il manager dell’azienda è in balìa di un certo tipo di consulente, quello che vuole legare il cliente non sul know-how che sarebbe lecito (se si ha), bensì agli asset del cliente stesso; è un po’ come se il costruttore edile una volta che ha fatto casa, volesse tenersi le chiavi.
  2. situazione opposta ma “quotidiana”, il manager dell’azienda è decisionista, inibisce qualsiasi iniziativa vedendo nel consulente mera forza lavoro, usando una certa arbitrarietà valutativa e relativa “lavate di capo” (punto 2 del comportamento degli ufficiali).

Relazione verso l’interno

Fucilazione

Nella 1° guerra mondiale, la relazione degli ufficiali coi soldati fu un disastro, e in azienda cosa accade?

Lo scenario: nell’azienda corporate ma possiamo estenderlo anche all’interno di un’azienda di consulenza, se il responsabile ne capisce poco, creerà (involontariamente) un efficiente sistema di svalorizzazione del lavoro: non riuscirà a giustificare le scelte fatte e quindi, prenderà la parte del capo/cliente, a discapito del team.

Oppure definirà il contesto d’area nella totale mancanza di una visione pragmatica bensì nella soddisfazione di un desiderio/sogno/ miracolo, una specie di idealismo aziendale, a metà strada tra stare su Marte e la macchinetta del caffè in ufficio.

L’effetto migliore che può ottenere è un team building al contrario, il cui focus è “contro il capo“. Fortunatamente, la conseguenza non sarà la fucilazione, ma solo il turnover aziendale.

E a questo punto mi chiedo: come funziona il processo di selezione delle risorse (o l’avanzamento) di determinati ruoli all’interno di certe aziende? In alcune realtà sopravvive ancora, grattando la vernice degli slogan, un certo strato polveroso di cultura diciamo così, vintage? Solo politica e relazioni? Oppure – come appunto accadeva nell’esercito del ’15 – l’elemento progressivo di carriera è l’anzianità?

Perché tra un responsabile che ha fatto operativamente specifici lavori e chi si è letto solo un paio di libri, il gap si chiama consapevolezza ma la differenza, valore.

Fonti:

https://www.storiaememoriadibologna.it/le-carenze-dellesercito-italiano-allo-scoppio-dell-820-evento

https://www.patriaindipendente.it/persone-e-luoghi/servizi/la-grande-guerra-morire-mano-amica/

Federico Pischedda
Lavoro come Digital Marketing Strategist, che significa strategie digitali per le aziende. Il mio motto? "Se sai solo di Marketing, non sai niente di Marketing".